WHO’S IN CONTROL? Nik Rajšek ci racconta il suo assolo “KINK”

Cosa significa avere il controllo? E, soprattutto, cosa succede quando decidiamo di perderlo?

È attorno a questa tensione che si muove KINK, l’assolo di Nik Rajšek, performer e autore sloveno classe 1993, presentato in prima nazionale il 9 ottobre al Mattatoio di Roma, all’interno di Dancing Days, la sezione del Romaeuropa Festival curata da Francesca Manica.

Desiderare il controllo, opporgli resistenza, lasciarlo andare. KINK si muove in quello spazio ambiguo in cui potere e vulnerabilità finiscono per incontrarsi, mettendo al centro il corpo e la relazione con chi lo osserva.

Rajšek arriva a questo lavoro dopo una lunga esperienza come performer al fianco di importanti coreografi, tra cui Ann Van den Broek, con cui ha collaborato per quasi dieci anni, e dopo aver iniziato a sviluppare una propria ricerca autoriale. Nel 2025 è entrato a far parte di Station Noord, network dedicato agli autori emergenti del nord dei Paesi Bassi. KINK è stato inoltre selezionato da Aerowaves, piattaforma europea dedicata alla danza e cofinanziata dal programma Creative Europe dell’Unione Europea.

KINK - Photo by Jelmer Buitenga
KINK – All Photo by Jelmer Buitenga

Ma parlare di KINK significa inevitabilmente parlare anche del corpo: di come lo abitiamo, di come lo guardiamo e di come immaginiamo che venga guardato dagli altri. Di ciò che scegliamo di mostrare e di ciò che, invece, preferiremmo tenere nascosto.

Abbiamo incontrato Nik Rajšek per parlare di controllo e abbandono, desiderio e vulnerabilità, dello sguardo del pubblico e di quella sottile linea che separa il sentirsi esposti dal sentirsi finalmente liberi.

Il controllo è il punto di partenza di KINK: volerlo, perderlo, resistergli. Ma il controllo è anche qualcosa di molto presente nella nostra quotidianità, nelle relazioni, nel sesso e nel modo in cui scegliamo di mostrare il nostro corpo. Quando hai iniziato a chiederti cosa succede quando smettiamo di avere il controllo?

Ho cominciato a chiedermelo quando la mia vita e il mio lavoro hanno cominciato a sembrarmi una routine. Mi sentivo fermo, stagnante, e poi un infortunio mi ha fatto letteralmente perdere il controllo del mio corpo. Mi ha forzato a chiedermi quanto controllo avessi davvero sulla mia vita, sul mio corpo e sulle scelte che facevo.

Quando ho iniziato a creare questo assolo, sentivo un forte bisogno di quella sensazione di controllo. Ero l’unica persona a prendere le decisioni necessarie alla creazione del lavoro, e anche l’unica a doverne sostenere le conseguenze. All’inizio è stato qualcosa di nuovo e di molto potente. Ma ben presto mi sono reso conto che, in realtà, mi piace ancora di più lasciare andare quel controllo. Ho iniziato così a cercare una sorta di punto di equilibrio tra il controllare e l’abbandonarsi.

Mi sono anche reso conto che c’è una cosa che davvero non posso controllare: il pubblico. Posso guidarlo verso una determinata esperienza, ma alla fine è completamente fuori dalle mie mani il modo in cui ogni persona percepirà e vivrà il lavoro.

L’incertezza è diventata una parte importante di KINK.

Quel momento in cui devo accettare di non poter controllare tutto, soprattutto il modo in cui vengo visto.

Credo che il desiderio di lasciare andare il controllo vada di pari passo con il bisogno di controllare. In qualche modo, le due cose convivono. Più cerco di controllare qualcosa, più a volte sento il desiderio di lasciarla andare. E penso che sia proprio questa contraddizione a essere interessante: puoi desiderare il controllo e la libertà nello stesso momento.

Il titolo KINK è una parola che evoca immediatamente sesso, desiderio e fantasie. Ti interessava giocare con ciò che il pubblico avrebbe potuto immaginare ancora prima di vederti sul palco?

Certo! Anche se, in realtà, la storia da cui è nato questo titolo è molto più semplice e innocente.

Come dicevo prima, qualche anno fa ho avuto un grave infortunio alla parte bassa della schiena e i medici mi dissero che stavo forzando la colonna vertebrale in un “kink”, una torsione molto accentuata che premeva sui nervi.

Durante la riabilitazione ha iniziato a svilupparsi un vocabolario di movimento intorno alla colonna vertebrale. Per la fluidità dei movimenti e per il modo in cui la colonna era coinvolta, tutto questo finiva per avere anche una certa connotazione sessuale. E da lì ho semplicemente seguito il flusso.

KINK - Photo by Jelmer Buitenga

Ogni volta che qualcuno sente la parola “kink”, spesso emergono sensazioni come vergogna, disagio, curiosità, o qualcosa di cui non ci sentiamo immediatamente a nostro agio nel parlare.

Ho trovato questa sensazione molto vicina a ciò che provo a volte quando devo stare sul palco: essere esposto, osservato, sentirmi leggermente a disagio rispetto al modo in cui vengo percepito, e a volte provare vergogna senza una vera ragione.

Allora ho cominciato a chiedermi: come posso trasformare questa sensazione nel mio KINK personale? E come posso fare in modo che anche il pubblico provi almeno un po’ di quel disagio, di quella curiosità, di quella tensione?

Sei da solo, quindi tutto passa attraverso il tuo corpo. Quanto è stato difficile trasformare qualcosa di astratto come il “controllo” in qualcosa di fisico, visibile, tangibile?

Il modo in cui ho affrontato il tema del controllo è stato, in realtà, piuttosto semplice. Per me il controllo è qualcosa di estremamente pulito. Dal punto di vista fisico e spaziale, volevo che tutto fosse estremamente preciso e misurato. Ho creato dei pattern sul palco, fissi e ripetuti, costruendo una struttura molto chiara che dovevo seguire.

In un certo senso, mi sono diviso in due: il coreografo e il danzatore. Una parte di me creava le regole, l’altra doveva rispettarle.

Ho lavorato sulla musica insieme al compositore in modo simile. Volevo che fosse il movimento a controllare la musica, quindi la musica è arrivata per ultima ed è stata dettata da ciò che accadeva nel corpo e nella coreografia. Ma solo fino a un certo punto.

A un certo momento ero pronto a lasciare andare quel controllo, e quella sensazione è diventata più importante di qualsiasi movimento o coreografia. E, a dire il vero, è ancora una sensazione che continuo a inseguire ogni volta che porto questo assolo in scena.

Nel corso della tua carriera hai lavorato con coreografe e coreografi come Ann Van den Broek e oggi stai sviluppando sempre più un tuo linguaggio artistico. C’è qualcosa che hai imparato lavorando per gli altri e che oggi senti profondamente tuo?

Come danzatore e performer, sono ancora profondamente grato per aver avuto l’opportunità di lavorare così a stretto contatto con Ann per quasi dieci anni. Ha un modo incredibile di ampliare l’idea che hai di te stesso come danzatore, ma soprattutto come persona. Con lei non esiste una vera separazione tra le due cose quando sei in scena.

Ho imparato a essere me stesso sul palco, ma anche a permettermi di aprirmi e di essere visto in modi che, normalmente, forse non avrei il coraggio di mostrare.

Ogni persona ha così tanti livelli: quelli positivi e quelli negativi, le parti di cui siamo orgogliosi e quelle che preferiremmo nascondere. Nella vita di tutti i giorni scegliamo spesso di mostrare le parti che ci sembrano più accettabili e di tenere per noi quelle più scomode. Lavorare con Ann mi ha insegnato che anche quelle parti possono avere un valore sulla scena.

Mi ha dato il permesso di accedere a emozioni, personalità e personaggi diversi che esistono dentro di me, anche quelli che normalmente preferirei non mostrare.

Credo che questo sia diventato un elemento fondamentale del mio linguaggio artistico: non cercare di nascondermi dietro il movimento o la performance, ma permettere alla persona che esiste dietro di loro di essere presente.

KINK - Photo by Jelmer Buitenga

KINK è un solo, ma il pubblico finisce inevitabilmente per entrare nella relazione. Ti interessa sedurlo, metterlo a disagio, provocarlo o semplicemente renderlo consapevole del fatto che anche guardare può essere una forma di potere?

Tutto quanto! Quando lavori a un assolo e lo porti in scena, la sensazione in studio e sul palco può essere molto solitaria. Ho sempre trovato strano questo sentimento, perché in realtà non sono solo: ci sono delle persone sedute proprio lì, davanti a me.

Volevo che KINK fosse un assolo molto onesto e sentivo di non riuscirci mantenendo una quarta parete tra me e il pubblico, facendo finta di non vederlo. Il pubblico è lì. So che mi sta guardando e voglio riconoscere questa relazione invece di nasconderla.

Quella relazione dà anche al pubblico un certo potere nell’influenzare il lavoro in tempo reale. Uno di noi può decidere di distogliere lo sguardo, oppure possiamo ritrovarci coinvolti in una sorta di gara a chi sostiene più a lungo lo sguardo dell’altro. Qualcuno potrebbe persino decidere di andarsene.

Lascio che tutto questo influenzi il mio modo di esibirmi in quel momento. Quindi, anche se ho il controllo su molte cose che accadono sul palco, il pubblico può sempre cambiare ciò che sta succedendo semplicemente attraverso la propria presenza e le proprie scelte.

In un certo senso, anche questo è il mio KINK: giocare con il pubblico e con il potere che esiste tra chi viene guardato e chi guarda.

Il corpo può essere uno strumento di libertà, ma può anche essere uno spazio pieno di aspettative: come dovremmo apparire, come dovremmo desiderare, quanto ci è concesso mostrare. Qual è stata l’aspettativa sul tuo corpo che hai sentito più forte durante la creazione di questo lavoro?

Tornando a quello che dicevo prima, questo lavoro è nato durante la mia riabilitazione dopo un infortunio alla colonna vertebrale. All’inizio dovevo semplicemente imparare di nuovo a camminare dritto, e poi a sentirmi nuovamente a mio agio nel movimento.

Il processo è cominciato ponendomi parecchi dubbi su me stesso e con poca fiducia nel mio corpo.

Dopo circa una settimana in studio, ho guardato alcuni video delle mie improvvisazioni e ho pensato: perché tutto sembra così sessuale e seducente? Non era assolutamente quello a cui stavo pensando.

E lo ammetto, la mia prima reazione è stata: non c’è modo che io possa muovermi così per l’intera durata di un assolo. È troppo. Sarà troppo per il pubblico. È troppo gay. Sembra troppo arrogante, troppo esibizionista.

Ma non è così che lo sento dentro il mio corpo. Per me, quel movimento è incredibilmente vulnerabile.

Ho dovuto quindi chiedermi da dove venissero quelle aspettative, perché stessi già giudicando il mio corpo sulla base di come immaginavo che altre persone potessero guardarlo.

Alla fine ho semplicemente pensato: fanculo, andiamo fino in fondo.

Ed è diventato qualcosa di molto importante per me. Invece di cercare di rendere il mio corpo più accettabile o meno provocatorio, ho deciso di fidarmi di come lo sento realmente.

KINK - Photo by Jelmer Buitenga

Ti lascio con una domanda che forse riguarda KINK tanto quanto il modo in cui viviamo: se il controllo è una forma di potere, cosa succede quando scegliamo consapevolmente di rinunciarvi?

Non credo che la sensazione di avere il controllo completo arrivi mai davvero. Nel momento in cui pensi di averla raggiunta, compare qualcos’altro e all’improvviso ti ritrovi di nuovo a cercare di riprendere il controllo.

Diventa un ciclo continuo di raggiungere, perdere e raggiungere di nuovo, come se il controllo fosse sempre un po’ fuori dalla nostra portata.

Allo stesso tempo, però, tutti viviamo il controllo in modo diverso. Per me è importante sentire di avere il controllo fino al punto in cui mi sento al sicuro e protetto. Ed è proprio da quella sensazione di sicurezza che posso accedere a qualcos’altro: il potere.

Per questo, per me, il controllo non è necessariamente una forma di potere, ma uno strumento che mi permette di sentirmi potente.

Credo anche che ci sia qualcosa di quasi dipendente nel desiderio di mettere alla prova cosa succede quando lasciamo andare. È un po’ come giocare d’azzardo: sai che c’è un rischio, ma vuoi comunque fare quella puntata, semplicemente per vedere cosa succede.

Quanto posso lasciar andare? Cosa succede se smetto di cercare di controllare il risultato?

C’è qualcosa di eccitante nel non sapere. E forse anche nel mettere a rischio quella sensazione di sicurezza che hai lavorato così duramente per costruire.

E forse non esiste sensazione di potere più grande del sentirsi abbastanza al sicuro, abbastanza protetti, da poter scegliere consapevolmente di cedere una parte di quel controllo.

E vedere semplicemente cosa succede dopo.


Lo spettacolo è stato selezionato da Aerowaves, piattaforma europea dedicata alla danza cofinanziata dal programma dell’Unione Europea ‘Europa Creativa’ (Creative Europe).